Per anni ho guardato la 100 km del Passatore come un'impresa affascinante ma quasi irraggiungibile. Non erano soltanto i 100 chilometri ad intimorirmi, ma tutto ciò che rappresentavano: la notte, il buio, la solitudine e l'incertezza di confrontarmi con i miei limiti. La svolta è arrivata quando ho capito che un'avventura così non si affronta da soli. Avevo bisogno di una motivazione più grande, di qualcosa che andasse oltre ogni parola e oltre il semplice obiettivo sportivo. Quel motivo aveva un nome: Luciano. Così, quella che inizialmente doveva essere una prova personale si è trasformata in un progetto condiviso, ricco di significato: correre per lui e con lui, indossando una maglia speciale a lui dedicata. Alla partenza ero circondata da amici ed esperti veterani del Passatore che, con la loro esperienza e il loro entusiasmo, mi hanno aiutato a credere che fosse possibile arrivare fino in fondo. La corsa è stata un susseguirsi di emozioni e difficoltà: il caldo, le lunghe salite, il freddo e l'umidità della notte, la stanchezza crescente e quei momenti in cui fermarsi sembrava la soluzione più semplice. Fondamentali sono stati i ristori, vere oasi di energia e conforto, capaci di regalare un sorriso, una parola di incoraggiamento e la spinta necessaria per ripartire. Dal Passo della Colla in poi il percorso è diventato ancora più intenso. Nel silenzio dei boschi, illuminati soltanto dalle luci dei runner, ho affrontato per la prima volta una corsa notturna in solitudine. Quando la fatica si faceva sentire e il pensiero del ritiro diventava una tentazione, trovavo nuove energie pensando a Luciano e al motivo per cui eravamo lì. A Marradi, al 65° chilometro, ho compreso che il vero Passatore inizia proprio quando sembra di non avere più nulla da dare: lì è stato il cuore a prendere il comando e a decidere di andare avanti. Accompagnata dalla bellezza della notte, dalle stelle, dalle lucciole e dalla solidarietà silenziosa degli altri runner, ho continuato il mio cammino. Poi sono arrivate le luci e gli applausi di Brisighella e, infine, il traguardo: Faenza, il finale di una grande impresa. Attraversandolo ho capito che la vera vittoria non era soltanto aver completato i 100 chilometri, ma aver trovato il coraggio di affrontare le mie paure, aver scoperto risorse che non sapevo di possedere e aver condiviso questa avventura con persone straordinarie che, pur non avendo corso accanto a me per tutta la gara, mi hanno fatto sentire protetta e mai sola. Alessio Bonifaci, Ferdinando Carnevale, Mauro Moreschini e poi Stefano, Giulio ed Edoardo. E poi lui, Roberto Pagliaretti, straordinario protagonista, capace ancora una volta di lasciare il segno fermando il cronometro del FINISH sul magnifico tempo di 8:59:00. Un gruppo speciale di persone comuni, non supereroi, che hanno semplicemente scelto di non arrendersi. L'emozione più intensa è arrivata dopo la gara, quando abbiamo potuto consegnare a Luciano la sua medaglia. Quel gesto ha dato un significato ancora più profondo ad ogni chilometro percorso, trasformando la fatica, i sacrifici e le emozioni vissute lungo il cammino in un messaggio di vicinanza, amicizia e speranza. Il mio primo Passatore è stato molto più di una gara: è stato un percorso di crescita personale, un sogno realizzato e un'esperienza condivisa che mi ha insegnato come il coraggio non sia l'assenza di paura, ma la capacità di proseguire nonostante essa. Soprattutto, mi ha ricordato quanto sia importante correre gli uni per gli altri, perché alcune delle conquiste più belle acquistano valore solo quando possono essere condivise. Ringrazierò sempre Luciano per avermi regalato un'emozione così intensa e per aver contribuito a scrivere una piccola pagina di storia locale: la prima donna tiburtina a portare a termine la 100 km del Passatore.